Le Ricerche

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Chiesetta di San Giuliano- iconografia La Metterza

La Metterza, un’iconografia problematica.

Uno degli affreschi quattrocenteschi della chiesetta di San Giuliano, l’unico conservato con soggetto femminile, rappresenta sant’Anna con Maria e il Figlio, in unico gruppo. Questa composizione è nota in Storia dell’Arte come “la Metterza”. Grazie a rarità, particolarità e nuove interpretazioni, questo dipinto risulta il più interessante tra quelli presenti nella chiesetta. Cerchiamo dunque qui di integrare le scarse notizie finora edite dal Parco; gran parte di questa nota è costruita rielaborando lo studio https://www.academia.edu/70819169/Anna_la_madre_di_Maria_Culto_e_iconografia_nel_Tirolo_storico?email_work_card=title, al quale si rimanda per ampli approfondimenti.

Il periodo di favore della Metterza va dalla fine del XIII secolo alla metà del XVI, con un effimero ritorno secentesco. L’origine e il centro di diffusione si situano nell’area fiamminga e renana, per diffondersi successivamente nell’Europa continentale. Alcuni precoci esempi si ritrovano anche in Italia nord orientale, regioni più sensibili all’influsso germanico. In Italia un centro di sviluppo autonomo, legato a fatti storici locali, sarà in Toscana. Il momento di maggiore auge della Metterza è la fine del XV secolo, proprio quando venne dipinta presso San Giuliano (1492-3). In Piemonte il sito chieseromaniche.it registra solo dieci Metterze superstiti, alle quali possiamo aggiungere il lacerto strappato alla chiesa di San Biagio di Baratonia e ora presente presso San Nicola di Varisella. Si presuppone che molte immagini siano state distrutte intenzionalmente.

Iconografia Sant'Anna 1820, foto di EGAP Parchi Reali

Iconografia Sant’Anna 1820, foto di EGAP Parchi Reali

L’aggettivo latino medievale mettertius deriva direttamente dal tedesco selbdritt ed è costituito dalla particella rafforzativa met, proprio, con tertius, terzo, ma anche, uno dei tre. La Metterza è dunque “proprio colei che sta con gli altri due” (rif. Accademia della Crusca). Sono dunque prive di valore le precedenti interpretazioni basate sul dialetto fiorentino “mi è terza” o “messa terza”, che provavano a sottolineare il rango di Anna, inferiore alle altre due figure. Chiaramente non è questo il caso: in ogni composizione Anna sovrasta e abbraccia la Figlia (che è più piccola della Madre) e il Nipote, risultando la figura principale. Dunque, un problema teologico non secondario al quale si tenterà di porre rimedio “staccando” progressivamente Maria dall’abbraccio e riportandola a proporzioni compatibili con una persona adulta.

Si ricorda che i Vangeli canonici non citano mai la nonna di Gesù. Il culto si era però radicato tra il popolo, nonostante, o forse proprio per questo, Anna non abbia mai fatto miracoli, non fu vergine e martire, non visse in isolamento e povertà. Comparsa tra i personaggi minori della letteratura apocrifa, la biografia di Anna andò viavia arricchendosi sempre più di particolari, personaggi e eventi di contorno soprattutto grazie alla Legenda Aurea. Appartengono a questa tradizione le iconografie famosissime del bacio tra Anna e Gioacchino (dove sarebbe stata concepita Maria, quindi, anch’essa, non carnalmente), la presentazione di Maria al Tempio (dove sarebbe vissuta dai tre ai quattordici anni) e molte altre. Alcune credenze, intanto, cominciarono a rivelarsi ancora più problematiche: ad esempio, Anna sarebbe stata abbiente (ma molto generosa con i poveri), sarebbe rimasta vedova e risposata tre volte, generando almeno altre tre figlie (tutte di nome Maria). Ne risulta una figura protettrice delle donne sterili come delle partorienti, delle famiglie ricche come delle povere, nonché di varie altre categorie.

La situazione cominciò ad essere fuori controllo allorché con le Crociate si depredarono i luoghi di culto bizantini e quindi cominciarono ad arrivare in Occidente delle reliquie apprezzatissime, frammenti di ossa di braccia e dita soprattutto, che, avendo toccato di sicuro Maria e Gesù, non potevano non essere cariche di assoluta santità taumaturgica. Si cominciò ad invocare Sant’Anna per qualunque grazia. Si arrivò a smerciare fogli stampati con preghiere specifiche da recitarsi solo di fronte all’immagine della Metterza. Anche le classi urbane, colte e benestanti mostravano una particolare affezione per Anna, donna umanissima e esemplare nello svolgere tutti i ruoli: moglie, vedova, madre e nonna. Nacquero dunque molte potenti confraternite a lei dedicate e gli umanisti si affrettarono a pubblicare opere agiografiche volte ad integrare la già fantasiosa Legenda Aurea. Nel 1494 Giovanni Tritemio pubblica il De laudibus santissime matris Anne dove si elencano tutte le situazioni in cui Anna sarebbe miracolosamente intervenuta, tra pestilenze, attacchi di pirati e liberazione dai peccati in articulo mortis; c’era anche chi era nato ottuso e poi con l’aiuto della santa, aveva raggiunto vette di erudizione. Nella stessa opera però si evita di parlare dei tre matrimoni, considerati una disdicevole leggenda: qualcosa stava cambiando.

Nel secolo successivo Riforma e Controriforma si allearono contro sant’Anna. Per Martin Lutero essa era l’esempio tipico dell’uso del culto dei santi per il mercimonio delle indulgenze. Senza contare che Anna appariva troppo “libera”, troppo autorevole per una società che si voleva patriarcale e in cui il ruolo del matrimonio (anche per il clero) stava diventando centrale. Specularmente la chiesa controriformista stava sviluppando un concetto di santità femminile ossessivamente incentrato sulla verginità, sulla castità, clausura e sottomissione. Si arrivò nel 1568 ad abolire la festa della Santa, ripristinata però nel 1584, a furor di popolo. Purché non si parlasse più dei tre matrimoni. L’iconografia della Metterza sparisce di scena; in epoca barocca i corpi di Maria e Anna sono ben separati e quest’ultima assume un atteggiamento umile e dimesso.

La devozione popolare ha però continuato ancora  a lungo a venerare sant’Anna, sia nella versione metterza che nelle forme più accettabili: solo lei e Maria bambina o con “l’unico” marito Gioacchino. La diffusione nelle campagne piemontesi di cappelle e piloni con l’immagine di Sant’Anna è ancora cospicua, forse sottostimata: “Anna e Maria bambina” e “Maria e il Figlio” sono spesso indistinguibili, complice anche il degrado dei manufatti. A Druento c’erano almeno due cappelle dedicate a Sant’Anna. Una è scomparsa, dell’altra sopravvivono le vestigia sotto forma di pilone isolato. I Piloni votivi – Segni sacri sul territorio di Druento – Comune di Druento 2003.

Elaborazione testi di Daniele Pesce- servizio Fruizione e promozione EGAP Parchi Reali