Bramito al Parco della Mandria

Con l’arrivo di settembre nei boschi della Mandria cadono le prime foglie, le giornate cominciano ad accorciarsi e le sere a farsi più fresche. Ed è proprio in questo periodo che, con il calare del sole, nell’aria del Parco iniziano a sentirsi dei profondi muggiti rochi, uno in risposta all’altro, in un susseguirsi che dura fino al mattino. E’ arrivata la stagione del BRAMITO, il “canto” d’amore dei grandi cervi maschi della Mandria, che in una gara canora, si confrontano per la conquista delle femmine. Nonostante siano dotati di possenti palchi (così si chiamano “le corna” dei cervidi) con i quali lottare, i cervi maschi preferiscono confrontarsi in modo incruento, decantando la propria forza ed esibendo la propria capacità polmonare. Qualora la competizione vocale non portasse ad un vincitore, i contendenti si sfideranno nelle radure del Parco, incrociando i palchi come fossero grosse mani di lottatori di sumo, cercando di sovrastare l’avversario. II maschio che riuscirà a vincere il maggior numero di scontri potrà accoppiarsi con il maggiore numero di femmine, anche se qualche perdente sfrutterà la distrazione momentanea del dominante per lasciare alle future generazioni di cervi anche i suoi geni.

C’è da ricordare che i cervi della Mandria sono “speciali”. Il loro corredo genetico, infatti, non è quello tipico del cervo rosso europeo (Cervus elaphus); per capirne il motivo bisogna fare un tuffo indietro nella storia. Nel 1800, la Tenuta che ora comprende la porzione recintata del Parco La Mandria, era di proprietà del Re Vittorio Emanuele II di Savoia, appassionato cacciatore che, in quegli anni, tentò l’acclimatazione in Mandria di specie esotiche come l’antilope Nilgau, o ecologicamente estranee, come lo stambecco, il daino e il muflone.

Nel 1864, furono anche introdotti alcuni esemplari di wapiti (Cervus canadensis), il cervo canadese, affinché s’incrociassero con i cervi europei, potenziandone la taglia e la dimensione dei trofei. Simili operazioni e tentativi più recenti (anni ‘50-70) di “rinsanguamenti” con cervi di varie sottospecie europee compromisero però la genetica dell’originaria popolazione di Cervus elaphus, annullandone il valore conservazionistico. Oltre al danno, anche la beffa: insieme al wapiti, venne introdotto involontariamente nell’ambiente un suo parassita del fegato (Fascioloides magna), assente fino ad allora in Europa e ospite potenziale per tutti i ruminanti (tra cui i Caprioli).

Per tutti questi motivi, il muro di cinta storico della Tenuta che venne fatto costruire dal Re per isolare la sua tenuta di caccia privata dai bracconieri, oggi funge anche da barriera di isolamento degli ungulati del Parco.

Guardiaparco Luca Valente
Guardiaparco Alessandro Girodo

Immagini Archivio fotografico dell’Ente

Coppia di cervi

Coppia di cervi

Cerve Cervus elaphus

Cerve Cervus elaphus

Cervo Foto di Claudio Torchio

Cervo Foto di Claudio Torchio